IL VENDITORE DI ALMANACCHI

«Almanacchi! Almanacchi nuovi!»
Una figura avvolta in un mantello nero sta percorrendo a passo veloce le strade di Diagon Alley. È una giovane donna, ha da poco compiuto i venticinque anni, eppure si sente come se ne avesse il doppio.
Era una donna felice, sino a pochi mesi prima, sino al suo venticinquesimo compleanno, ma il suo era un mondo destinato a crollare, come un misero castello di carta: il giorno successivo si era disputato un incontro di Quidditch tra la Nazionale inglese e quella turca. Un’amichevole. Ma non ci sono amichevoli nel Quidditch. Almeno non per i Bolidi. Uno di essi, lanciato da un giocatore turco un po’ troppo sollecito, aveva centrato in pieno il portiere della Nazionale inglese, disarcionandolo dalla scopa. A nulla era valsa la smaterializzazione al San Mungo.
Da quella sera, la sua casa, la loro casa, si era trasformata in una gelida scatola racchiusa da quattro semplici mura.
Niente più matrimonio in primavera. Niente più figli.
L’adorabile Primavera ha perduto il suo profumo.
«Almanacchi! Almanacchi nuovi!»
Ancora una volta, quella voce strascicata urla per le vie di Diagon Alley, riportandola alla realtà.
Con un gesto di stizza, la giovane donna si asciuga una lacrima che le sta rigando il volto.
Si avvicina a quel ragazzo.
Se lo ricorda studente di Hogwarts, quando, forte del suo appartenere a una delle più importanti famiglie del Mondo magico inglese, andava ripetendo a destra e a manca, pieno d’arroganza: «Mio padre lo verrà a sapere!» E adesso, che lui è ridotto a vendere almanacchi, come un qualsiasi mendicante, dov’è suo padre? A marcire ad Azkaban, sicuramente, mentre al giovane rampollo dei Malfoy non è rimasto nulla della passata gloria della propria famiglia, se non un nome altisonante ormai completamente inutile.
«Almanacchi! Almanacchi nuovi! Màdam, guardate questi almanacchi per l’anno nuovo. Scommetto che belli così non ne avete mai visti», le porge quei calendari magici senza alzare lo sguardo.
«Malfoy!» Lo richiama lei, obbligandolo ad alzare lo sguardo.
«Granger», le risponde, con le labbra atteggiate ad un ghigno che di arrogante non ha più nulla, «come ci si sente a essere una dei fautori del Cambiamento? Adesso sei tu che guardi me dall’alto in basso». Non c’è rabbia nella sua voce, solo un’amara constatazione di dove le sue scelte sbagliate l’abbiano condotto: in mezzo a una strada, a vendere lunari incantati.
«Sono belli». Hermione ignora la domanda, fingendo di ammirare ciò che il ragazzo sta vendendo.
«Ne vuoi uno?»
Lo vuole? Ne ha davvero bisogno? E a che scopo? Segnare con una croce i giorni trascorsi dalla morte del suo Ron?
«Non vedo come mi possa tornare utile», mormora la ragazza.
«Secondo te, a cosa possono servire dei calendari?» La sfotte. «Sarebbe un peccato, però, rovinare queste belle pagine con annotazioni di noiosi impegni… Guarda che belle immagini», le soffia suadente nell’orecchio, mentre con i polpastrelli le accarezza ipnotico una mano.
«Io… non credo… di averne… bisogno», balbetta a fatica Hermione, ammaliata da quelle immagini che sembrano chiamarla.
«Forse, potresti usarlo in maniera diversa», continua a sussurrarle suadente nell’orecchio, «per esempio, per ogni giorno che passa potresti esprimere un desiderio diverso. Sono almanacchi incantati, sai?».
La ragazza deglutisce a vuoto, sempre più stregata da quelle immagini, e dal movimento rotatorio della mano di Draco. Per non parlare del profumo del ragazzo, che aumenta ogni secondo sempre più il suo senso di vertigine.
«Non vorresti rivivere l’anno appena terminato? O un altro qualsiasi di quelli passati?»
Rivivere un’altra volta la morte di Ron? No, mai, però, forse, sapendo quello destinato a succedere, potrebbe rifilare di nascosto al fidanzato una Merendina Marinara ed evitare così che si presenti a quella dannata Amichevole… Cosa sta pensando? Era stato deciso dal destino… Doveva andare così… E da quando lei crede nel destino? Nelle azioni già scritte?
A fatica, riprende un po’ di lucidità, quel tanto che basta per rispondere al mendicante: «No, non voglio rivivere nulla del mio passato, nel bene e nel male».
«Ne sei proprio sicura, Hermione? O stai solo scappando?»
È la prima volta che lo sente pronunciare il suo nome, e quel nome, proferito da quella voce, ha alle sue orecchie una melodia che non udiva da tempo, e ha il potere di farla ricadere in quella sorta di trance in cui era precipitata poco prima, abbandonando ogni tipo di difesa.
«Non si fugge da se stessi, sai? Tieni, questa copia te la regalo», le mette in mano l’almanacco.
 
§ § § § § § § § § §

La casa è avvolta nel buio e nel silenzio. Solo, dei gemiti soffocati provengono dalla camera da letto.
«Non si fugge da se stessi, sai?» Questa frase continua a rimbombarle nel cervello all’infinito, anche ora che si trova al sicuro nella sua casa, nel letto.
Avverte il tocco gentile di una mano estranea accarezzarle il dorso della sua, e davanti ai suoi occhi, chiusi, appaiono delle labbra morbide che ripetono all’infinito quella frase che la tormenta anche nel sonno…
«Non si fugge da se stessi».
«Non si fugge da se stessi».
«Non si fugge da se stessi».
E quella sensazione di essere risucchiata in un vortice… Un vortice animato da immagini strane… Immagini che le ricordano quelle dell’almanacco regalatole da Draco.
Lotta, Hermione, lotta nel sonno per impedire a quelle immagini di risucchiarla verso un destino fallace.
Ma vuole davvero resistere? Ne vale davvero la pena? Potrebbe avere la possibilità di vivere la sua vita assieme a Ron.
E quel pensiero, alla fine, fa capitolare il suo cuore, e mentre la invade la percezione dicontemplare dall’alto il globo in tutta la sua circonferenzala valanga la porta via nella sua caduta.E poi è solo oblio.
Ma l’oblio ha un suono? Un volto?
Se tutto intorno a lei è tenebra, perché vede due occhi azzurri che la fissano come se volessero penetrarle l’anima?
Se tutto intorno a lei è silenzio, perché sente quella voce mai del tutto dimenticata: «Non vuoi rivivere l’anno appena terminato? O un altro qualsiasi di quelli passati?»
Se tutto intorno a lei è immoto, perché avverte sulla propria pelle il tocco gentile di mani conosciute?
E perché all’improvviso quegli occhi azzurri diventano grigi come il piombo, e le labbra carnose diventano sottili, e il tocco gentile si fa via via più prepotente?
«Draco…» geme, in quel letto non suo, coperta da lenzuoli di seta nera, mentre voci diverse, flautate, si accavallano tra di loro: «Non si fugge da se stessi, sai Hermione?»
Un corpo maschile risale come una carpa quel letto, vezzeggiando con la lingua ogni millimetro del suo corpo…
Un altro gemito le scappa, mentre i capelli rossi di un ragazzo che non è Draco le solleticano l’intimità, un attimo prima che lui alzi la testa per scrutarla, e riabbassarla subito dopo, e penetrarla con la lingua… Un brivido la percorre, mentre la lingua del ragazzo la accarezza e poi la succhia, mentre figure danzanti circondano la coppia: «Non si fugge da se stessi, sai Hermione?» Ripetono, come una nenia.
Allunga le mani ad accarezzare quella zazzera rossa che non è più rossa, per scrutare gli occhi azzurri del fidanzato, ma sono occhi grigi quelli che incontrano il suo sguardo, sono gli occhi di Draco.
Una mano fatata si allunga ad accarezzarle il viso, per donarle nuovamente l’oblio.
Lotta, Hermione, lotta per tornare in sé, per fuggire da quell’incubo. Oppone resistenza a quelle mani che le accarezzano il viso, a quelle voci che le sussurrano sempre la stessa frase nell’orecchio. Lotta per opporsi a quella sensazione di pienezza che Draco (o Ron?) le sta donando.
Riapre gli occhi, trova la forza per allontanare il ragazzo da sé e alzarsi da quel letto, e mentre mani che si trasformano in artigli cercano di ghermirla, fugge, fugge lontano.
Tutto intorno a lei è tenebra.
Tutto intorno a lei è silenzio.
Tutto intorno a lei è immoto.
Incespica nei suoi passi.
Gli artigli la raggiungono e la riportano in quel letto di lenzuola di seta, dove Ron (o Draco?) la sta aspettando, e quella danza che credeva ormai un ricordo riprende.
Mani percorrono il suo corpo, mentre con un movimento fluido il ragazzo – ma quale ragazzo? – la penetra.
Vinta, si arrende a quelle emozioni sopite da tempo…
Triste mio spirito, un tempo innamorato della lotta,
la speranza il cui sperone attizzava i tuoi ardori, 
non vuole più cavalcarti! Giaciti dunque senza pudore, 
vecchio cavallo il cui zoccolo incespica a ogni ostacolo…
Valanga, vuoi tu portarmi nella tua caduta?
E alla fine la valanga giunge, trascinandola con sé…
Una lama di luce la sveglia: è il primo dell’anno e la sorprende nuda, sudata nel suo letto di lenzuola di cotone bianco.
Un anno felice, migliore dei precedenti, o un altro anno in cui il caso la tratterà nuovamente male?
Il primo anno senza Ron…
Spirito vinto, stremato! Per te, vecchio predone, 
l’amore ha perduto il suo gusto, e l’ha perduto la disputa; 
addio, canti di ottoni e sospiri di flauto! 
Piaceri, desistete dal tentare un cuore cupo e corrucciato!
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