IL ROSSO E IL VIOLA

Si guardò allo specchio. Si ispezionò, allo specchio. Meglio ancora, controllò il proprio naso allo specchio. Da quando aveva letto “Uno, nessuno, centomila”, aveva il terrore di svegliarsi una mattina e scoprire di avere il naso storto, mentre aveva sempre creduto di averlo dritto. “Cosa stai facendo?” Sua moglie era uscita dal box doccia e lo stava osservando tra l’incuriosito e il divertito. “Ehm… mi sto radendo” mentì. Giulia si affrettò a stringersi nell’accappatoio di spugna: “Credevo ti stessi controllando il naso”. Il rasoio si bloccò a mezz’aria: “P… perché?” “Te lo stavi ispezionando come se cercassi chissà cosa…” “Ah”. Un sospiro di sollievo, ma Giulia a volte era un vero mastino napoletano: “Allora, me lo vuoi dire perché ti stavi ammirando così?”, lo provocò. “Uff”, sbottò, “non vorrei mai ritrovarmi da un giorno all’altro a vivere in un ospizio per i poveri solo perché un bel mattino tu mi dici che ho sempre avuto il naso storto mentre io credevo di averlo dritto”. Una grassa risata stemperò la sua tensione: “E io che credevo di essermi sposata col principe azzurro che sfida tutto e tutti pur di salvare la bella principessa…” “E, invece, chi avresti sposato?” La guardò con fare provocatorio. “Dirtelo o non dirtelo? Questo è il vero dilemma!”, lo canzonò lei. “Ah, è così eh?” Prese il telo di spugna e rincorse la moglie che si era rifugiata in camera da letto…


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Ma non hai caldo con quella sciarpa?” “Ieri sera devo aver preso freddo e stamattina mi sono svegliata col mal di gola”. Per quanto bene si volessero, lei e Giulia, non erano mai state empatiche. E per fortuna, pensò Livia. Come avrebbe fatto altrimenti a spiegare a sua sorella la presenza di quelle orribili ecchimosi sul suo collo? Giulia era sempre stata la romantica, fra loro due, quella che aveva sempre creduto nell’esistenza del principe azzurro. E alla fine l’aveva trovato, il suo principe azzurro. E che principe, tra l’altro! Sandro era alto un metro e novanta, un metro e novanta di gentilezza e generosità. Forse, però, era più corretto affermare un metro di gentilezza e generosità e novanta centimetri di vanità! Occhi nocciola che nelle giornate di sole diventavano quasi verdi, capelli corvini, ricci: insomma quel che si definisce un ragazzo bello, bravo e… alto! Lei, invece, era sempre stata quella pratica, quella che non credeva nell’esistenza di ragazzi come Sandro, quella che, pur essendo altruista fino all’esasperazione, era anche cinica e se una persona compiva un atto generoso, si chiedeva cosa volesse ricavarne. E infatti, la vita premiò anche lei: mentre sua sorella Giulia aveva incontrato lungo il proprio cammino un ragazzo che rispondeva perfettamente alla sua idea di amore romantico, anche lei, Livia, aveva incontrato un uomo fedele alle sue aspettative. Giovanni si era subito proposto come il gemello ideale di Sandro: anche lui era alto un metro e novanta, ma col tempo si era resa conto che di gentilezza, generosità e altruismo non ne possedeva neanche un millimetro. Piuttosto, si trattava di un metro e ottanta di egoismo e violenza e dieci centimetri di… di che cosa? Sensi di colpa? Terrore di rompere definitivamente il proprio giocattolino? Sarebbe bastato effettivamente poco perché lei smettesse di essere il suo balocco: bastava che si togliesse la sciarpa e mostrasse i lividi a sua sorella. Lei e Sandro l’avrebbero protetta dalla furia di Giovanni, ne era più che certa. Ma lei non era forte come Giulia. Era pratica, cinica, ma non forte. Lei era innamorata. Innamorata di quell’animale di Giovanni! Non se ne era mai resa conto prima, ma ora, davanti a sua sorella, alla sua aria festosa mentre le confidava di aspettare un figlio, si rese conto di quella verità, e scoppiò in lacrime. No, non avrebbe mai avuto la forza di lasciare Giovanni, però… però non riusciva più a tenere tutto per sé l’inferno che stava vivendo. Non era giusto rovinare la felicità di sua sorella, ma, davvero, non ce la faceva più a sopportare tutto quello da sola. Sotto lo sguardo attonito di Giulia, Livia si sfilò la sciarpa e contro il biancore della sua pelle, spiccarono due lividi viola sul suo collo. “Cosa… chi è stato? È stato Giovanni, vero? Io l’ho sempre detto che quell’uomo non mi aveva mai convinto. Adeso tu vieni a casa con me. Manderemo qualcuno a prendere le tue cose, perché tu, in quella casa non ci metterai mai più piede!” Era diventata un fiume in piena, in preda a un’ira incontrollabile, così come prima era stata in balìa di una felicità senza pari. “No. Io… non posso. Capisci, Giulia? Io non posso lasciarlo!” Era disperata. “Perché non puoi? Vuoi che ti uccida? Ci ha già provato una volta: ci riproverà sicuramente in un altro momento! Perché vuoi rischiare così? Lui non ti merita!” Era indignata. Era furiosa contro suo cognato, naturalmente, ma trovava incomprensibile il comportamento di sua sorella. “Io lo amo, e anche lui mi ama. Ieri sera si è arrabbiato perché gli ho bruciato la cena, ma poi mi ha chiesto scusa, mi ha detto che non voleva farmi del male”. “Non voleva farti del male? Livia, ti sei guardata allo specchio? Come puoi dire di amare ancora quell’uomo? E come puoi dire che quell’uomo ti ama, visto che ti mette le mani addosso?” “Le persone differiscono l’una dall’altra: non tutti dimostrano il proprio amore portando la colazione a letto!” “Livia, per l’amor del cielo, cosa c’entra adesso la colazione a letto?! Stiamo parlando di un uomo che mette le mani addosso a una donna, a sua moglie!” “Lui mi ama! E io amo lui!” Era stata stupida a confidarsi con sua sorella, non l’avrebbe mai capita! Si rimise la sciarpa e si fiondò verso l’uscita del bar, prima che Giulia potesse fare qualcosa per fermarla. 


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 “Avresti dovuto sentirla, come lo difendeva! Lei… lei era convinta che lui l’amasse! Dico, ti rendi conto?” Dopo quel dialogo con la sorella, Giulia era diventata una furia. Non erano mai state empatiche, le due sorelle, anzi, erano proprio come il giorno e la notte. Capelli castani e occhi glauchi la sognatrice Giulia, con i capelli corvini e gli occhi verdi la pragmatica Livia, Sandro avrebbe giurato che quella dal carattere forte era la primogenita, cioé sua cognata. Per fortuna, non aveva scommesso, o avrebbe perso in pieno: mai come in quell’occasione stava scoprendo una forza nascosta in sua moglie. Giulia era sempre stata la vittima preferita dei bulli, ed era sempre toccato a Livia correre in suo soccorso. Ora, invece, la situazione si stava capovolgendo. Ma Giulia non era sola in questa battaglia: no, lui sarebbe stato al suo fianco! Il telefono ruppe il corso dei suoi pensieri. Aveva risposto Giulia, che era sbiancata di colpo. “Amore, che cosa succede?” “È la polizia… si tratta di Livia… è all’ospedale… devo andare subito da lei!” “Prendo le chiavi della macchina”. Alla fine c’era riuscito a mandare sua sorella all’ospedale, ma perché? Perché? Perché tutta quella violenza? Lei, però, non aveva meno colpe di lui. Perché diavolo non l’aveva fermata quella mattina al bar? Perché l’aveva lasciata uscire senza muovere un muscolo? D’accordo, era sorpresa di vedere sua sorella, di solito sempre combattiva, così arrendevole, ma quella era solo una misera scusa che non giustificava assolutamente il suo comportamento. Livia l’aveva sempre difesa quando lei ne aveva avuto bisogno, e lei come l’aveva ringraziata? Lasciandola in balìa di quell’uomo. Tirò un sospiro per calmarsi quando arrivò davanti alla porta della stanza dove era ricoverata Livia. Sandro si era fermato a parlare con i medici, ma lei doveva vedere sua sorella. In quel momento il suo cervello non sarebbe stato in grado di registrare le informazioni tecniche: doveva sincerarsi di persona delle sue condizioni. Entrò. In quella stanza tutto era bianco. Il colore del pulito. In antichità, invece, era il colore dei morti, e lo era ancora oggi presso alcune culture. A quel pensiero rabbrivdì e scosse il capo, come a volersene liberare. Nel letto accanto alla finestra era distesa sua sorella, con una flebo nella vena. Si avvicinò cautamente. “Ehi, ciao”. Un sussurro. L’altra neanche si volse. “Ti prego, non giudicarmi”, una lacrima le rigò la guancia, “ma quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso agli alberi, all’acqua e alla terra. E per te non esiste più nulla, eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno. Ed è un sentimento comune a tutti, dalla nascita alla morte”. “Oh, tesoro, nessuno ti giudica!”, una tenerezza infinita la pervase. “Io lo amo, Giulia, non posso farne a meno, capisci?” “Lo so, lo so”, cercò di rassicurarla, ma era giunto il momento, per Giulia, di ricambiare il favore. Forse all’inizio Livia l’avrebbe odiata: in questo momento, però, non le importava. L’unica cosa importante, adesso, era proteggere sua sorella, a qualunque costo. Ora era lei quella forte e Livia quella da difendere, anche da se stessa.
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