L’intervista: Dromer (progetto "L’Affittacamere)

G: Che cosa è successo quella notte?

D: Dipende da quale notte lei si riferisce. Quella del sogno, o quella dell’incidente.



G: Partiamo dall’inizio, dalla notte del sogno: che cosa ha sognato che le ha cambiato la vita?

D: Uno dei tanti incubi: un bambino veniva morso da un serpente. Quello che mi ha sconvolto è stato l’urlo di dolore del bambino, mentre moriva. Dalla sua bocca non è uscito alcun suono, eppure, il modo in cui l’ha spalancata ha propagato in me tutto il suo dolore. E poi, c’erano quei fiori…


G: Quali fiori?

D: La Veronica comune. Era il fiore preferito di Mina.



G: Mina? Ma lei non è sposato con un’avvocato di nome Tani?

D: Tani… sì, è mia moglie, ma Mina è stato il mio primo amore, quando eravamo studenti alla Memphis University.




G: Che cosa è successo all’università, perché lei alla fine ha scelto Tani?

D: Mina e Tani erano completamente diverse: birra l’una, champagne l’altra. Caratterialmente, ero più simile a Mina, ma, si sa, in Fisica i simili tendono ad allontanarsi, mentre gli opposti si attraggono, così, appena laureati, io e Tani ci siamo sposati.



G: Anche Tani frequentava quell’università?

D: Sì, io frequentavo il corso di Economia, mentre Tani e Mina quello di Legge. Io e Mina ci conoscevamo fin da ragazzini, ma è stato durante gli anni universitari che la nostra relazione si è spinta oltre la semplice amicizia. Tani, invece, l’ho conosciuta frequentando un corso extra scolastico. Lei mi aveva bollato subito come un ragazzino viziato che giocava a fare lo hippy redivivo, mentre io la consideravo alla stregua di una mummia amante dello stile Chanel.



G: Alla fine, però, vi siete sposati.

D: Sì. A un certo punto, la mia relazione con Mina ha cominciato a sbandare, e Tani era lì. Alla fine, si è dimostrata meno mummia di quanto credessi.



G: E lei meno hippy viziato?

D: A questa domanda credo sarebbe meglio rispondesse Tani.



G: Ma Tani non è qui, in questo momento.

D: Già, pare che in questo momento si stia sposando in Norvegia col suo Fridjof.



G: La cosa non la fa soffrire?

D: Perché dovrebbe? Ormai sono morto…



G: Già, lei è morto annegato nel Mississippi qualche settimana prima del Mardi Gras: ha voglia di parlare di quella notte?

D: Ci sono tante cose di cui parlare prima…




G: Ad esempio?

D: Di Riceville, del mio lavoro in banca, dei miei sogni, del mio incidente…



G: Andiamo con ordine: parliamo prima dei suoi sogni.

D: Quand’ero giovane ne avevo tanti di sogni, in primis, girare il mondo zaino in spalla, ma, soprattutto, quello di diventare un jazzista di successo.




G: Non ha mai provato a realizzarli?

D: Tani ha sempre amato le comodità, e ai viaggi in sacco a pelo, preferiva gli alberghi a cinque stelle. Quattro al massimo. Per quanto riguarda il jazz, invece, ha idea di quanto ingannevole sia il mondo della musica? È come una sirena, che col suo canto ti seduce, per poi farti sfracellare contro gli scogli della vita. Non ho mai rinunciato, però, completamente a essa. Tutte le sere, amavo suonare il sassofono nel salotto di casa mia, davanti a un pubblico inesistente.




G: Perché inesistente? Sua moglie non l’ascoltava mai? E i suoi amici? Non ha mai suonato per loro?

D: Tani, dopo essersi laureata, è stata subito assunta nello studio legale di suo padre a Gulfport, a circa trentasette miglia a sud di Riceville, quindi,molto spesso la sera tardava. Altre volte, si rinchiudeva nello studiolo a controllare certi documenti relativi al suo lavoro, quindi, no, mia moglie non mi ascoltava mentre suonavo. Gli amici, beh, non è che avessi molti amici a Riceville. Anzi, a essere sinceri, non avevo amici in paese.



G: Com’è possibile non avere amici?

D: Quasi tutti i miei coetanei di Riceville sono gente pragmatica, che non crede ai sogni. Non quanto me, per lo meno. E per essere amici, secondo me, bisogna condividere alcuni interessi importanti. Per me, la musica e i viaggi alla scoperta di nuove culture sono cose essenziali. Purtroppo, non lo erano per i miei compagni di liceo. Certo, questi interessi li ho condivisi poi con certi miei compagni universitari, ma di questi, nessuno vive a Riceville.



G: Parliamo di Riceville.

D: È un piccolo agglomerato urbano di circa mille abitanti, tagliato in due dalla Riceville Road: su un lato, il quartiere della borghesia, con le sue villette a due piani in mattoni rossi, e dall’altro, le case prefabbricate a un piano dei braccianti agricoli. Il quartiere borghese si sviluppa a ventaglio e alle sue spalle trovano posto il municipio, la chiesa in legno bianco, e la banca. Questi tre edifici sorgono sul medesimo spiazzo, la Confederation Place. I negozi, invece, si trovano sia nel quartiere borghese che in quello operaio, ma io non ci sono mai stato in quel quartiere, quindi non posso dire di che qualità siano. Certo, se si vuole roba di qualità, conviene andare nella città più vicina.


G: Su mille persone che vivono a Riceville, lei non ne conosce neanche una? Non è possibile, dopotutto è perfino impiegato di banca…

D: Non ho detto che non conosco nessuno. Ho detto che non ho amici. Amici nel vero senso della parola. Per esempio, c’è Sam, il panettiere: è un omone che ti darebbe l’anima pur di aiutarti, ma siamo solo conoscenti, non amici, perché non abbiamo nulla in comune. A dire il vero, non so nemmeno quali siano gli interessi di Sam. Poi c’è Micheal, il droghiere: è un mingherlino che non fa altro che lamentarsi del tempo. Oddio, non è che il clima qui a Riceville sia clemente. Anzi: tutt’altro: il paese si trova vicino alle risaie, quindi capirà che l’estate sia la stagione dei lauti pasti delle zanzare, ma sono già abbastanza noiose loro, perché io possa permettere a una persona molto più simile a loro che a me faccia parte della mia vita. Padre Joseph è un uomo troppo di chiesa per i miei interessi… Beh, in fondo è un prete. Voglio dire: un prete deve essere per forza un uomo di chiesa, no? Io, invece, sono quasi ateo. Mitchell, il sindaco, è un uomo di colore. Per carità, non sono razzista: l’ho perfino votato! Ma lui è totalmente preso dalla carriera politica, per poter avere anche altri interessi… forse, l’unica persona che si avvicina alla mia idea di amico è Jeoffrey, di qualche anno più giovane di me, ma non ha mai mostrato il mio stesso interesse per il jazz, e io non gli ho mai chiesto se voleva sentirmi suonare.



G: Mina.

D: Sono molti anni che non la vedo. Quando frequentavamo il liceo, condivideva la mia passione per i viaggi e amava ascoltarmi mentre suonavo qualche cover, come “Nobody’s Rose”, ma da quando ci siamo lasciati non ho più sue notizie. Credo che dopo l’università sia rimasta a Memphis, o, forse, si è trasferita in Lousiana. Quando parlava di New Orleans le brillavano gli occhi.




G: New Orleans: la patria del jazz e del blues.

D: Cosa avrei dovuto fare, secondo lei? Mio padre spingeva perché mi laureassi e impiegassi alla Goluma Bank, di cui lui era un socio.




G: Ha scelto di percorrere una strada tracciata da altri.

D: Ha idea di quante persone vivano? Siamo circa sette miliardi. Sette miliardi di persone. Non credo di essere l’unico, fra sette miliardi, di aver fatto questa scelta.



G: Non ha quindi nessun rimpianto?

D: Perché dovrei averne? Il lavoro di impiegato era sicuro: ogni mese portavo a casa il mio bello stipendio e quando finalmente il mio vecchio si sarebbe deciso a tirare le cuoia, avrei ereditato la sua quota nel consiglio d’amministrazione della banca. Se, invece, mi sarei presentato alla porta di qualche locale di New Orleans o di St. Louis e non fossi riuscito a “sfondare”, sarei dovuto tornare comunque da mio padre, con la coda tra le gambe. No, meglio così. Almeno, ho protetto i miei sogni.



G: Ne parla come se fossero dei figli.

D: Perché i sogni, le aspirazioni, lo sono. I figli, prima li concepisci, poi li partorisci, e infine li vedi crescere. Alcuni di loro, si riveleranno dei fallimenti e ti faranno pentire di averli messi al mondo, altri, invece, coroneranno successi. Proprio come i sogni e le aspirazioni.



G: Alla fine, però, lei ci ha provato…

D: E si sono visti i risultati.



G: Che vuole dire?

D: Non mi chiede, adesso, se ho rimpianti?



G: Ha rimpianti per averci provato?

D: Credo che la domanda giusta sia un’altra.



G: Quale?
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