Di marocchini e scie chimiche (Esercitazione 3 GSSP)

È giorno di mercato e il bar è più affollato del solito. Neta, camicetta di seta e pantaloni palazzo, sta sorseggiando tranquillamente il suo marocchino, ripassando gli appunti della lezione di catechismo che dovrà tenere quel martedì, quando un’estranea, magrissima, sposta la sedia di fronte a lei: «Scusi: posso?» Domanda Agata, maglietta attillata e jeans elasticizzati, appoggiando per terra le borse con la spesa.
«Prego, si accomodi», le sorride, forse un po’ falsamente, Neta.
Agata chiama una cameriera, a cui ordina un caffè amaro perché, dice: «Ho il diabete e la dottoressa mi ha detto che quando lavoro posso mangiare qualcosa di dolce, perché tanto brucio, ma quando non lavoro devo stare attenta».
Con fare altezzoso, Neta, che ha da poco sposato la causa complottista, asserisce che per lei le malattie non esistono, ma sono, piuttosto delle invenzioni delle cause farmaceutiche per vendere farmaci.
«Io, ringraziando», Agata si tocca il petto con entrambe le mani aperte, «non sono insulina-dipendente, ma devo prendere regolarmente delle pastiglie».
«È tutta colpa delle scie chimiche», Neta sembra cambiare improvvisamente argomento.
«Come, scusi?» Agata si aggiusta sul naso gli occhiali dalla spessa montatura bianca.
«Chi è al potere, usa gli aerei per spruzzare nel cielo un aerosol che controlla le nostre menti», spiega ancora Neta, con fare ovvio.
Squadrando Neta come si squadra una matta che non sa di esserlo, Agata le chiede, con tono quasi offeso, che cosa centrino le scie chimiche col suo diabete.
«Spruzzando quelle soluzioni chimiche ci istupidiscono e ci fanno credere che siamo malati», chiarisce Neta.
«No, guardi che si sbaglia. Le malattie esistono veramente, e poi, scusi, ma lei cosa sta bevendo?» Le chiede Agata, con un sorriso che vorrebbe dire: “Ascolta me: ti stanno imbrogliando”.
«Un marocchino. Perché?» Questa volta è il turno di Neta non capire dove Agata voglia andare a parare.
«Il marocchino è fatto con i chicchi del caffè. Secondo lei come arriva il caffè fino a noi?» Agata le rivolge lo stesso sorriso di prima, certa di aver vinto quella diatriba. Approfittando del momentaneo silenzio di Neta, Agata asserisce un semplice: «Eh», alzando le spalle e portando alla loro altezza le mani, col palmo rivolto verso l’alto, sfoggiando per l’ennesima volta il suo sorriso.


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Questa sarebbe la versione che ho corretto seguendo i suggerimenti della prof.: spero di essere riuscita a mostrare un po’ di più.


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